Bertrando Bigi: Dopo Bonnard, nessuno più di lui ha saputo comunicare il senso di panica ebbrezza promanante da una immersione nel flusso della luce! Nessuno come lui ha dato così forma poetica ad ore anonime ma eterne, nel fatale defluire del tempo!
Il tempo edace come il fuoco si consuma senza pietà ed i poeti (da Orazio a Ovidio a Dante fino a Proust) ne sentono la fatalità e la comunicano al pittore: “Mentre parliam dileguasi / l'invidia età; a due mani / stringi 'l dì d'oggi e credula / non aspettar domani”; “dum loquor. Hora fugit”; mentre parlo l'ora fugge; “vassene il tempo e l'uom non se ne avvede”, “trascorre tacita e ci sfugge l'alata età”.
Mentre intorno a questo fervoroso quarantenne rugge, o ringhia, o mugghia, o gracida il delirio delle nichilistiche poetiche “à la page”, egli, stimolato dalla presenza viva e corroborante del suo muliebre bea doruforema, varia nell'ambito del suo proficuo operare, i temi arcani ma ormai in lui perentori: stanze con sortilegi sottili, paesaggi occhieggianti e invadenti il chiuso, quel quid racchiuso nel tedesco “die Stille”: nel “das Stilleben” la vita silente da noi lugubremente chiamata natura morta.
E ne fuoriesce, come da frutto deiscente, una pittura confortevole, intellettualmente serena: come testimonianza di un proustiano “tempo perduto”, come un dipingere non la cosa, ma l'effetto che essa produce.
Non una poetica nuova, ma un rivisitare pittoricamente Mallarmè. Nelle stanze cavanniane a tre quinte, a tre pareti (la quarta è il mondo esterno, il “gurgite vasto” o la correntia piana), dove langue e si strugge l'ora fuggente, lo spazio interno è violato, talvolta violentato, dall'irrompere di visioni aurorali o del “tramontarsi al tardo”, che si inseriscono sopraffattori dell'intimità sino a relegarla al ruolo di deuteragonista.
La luce irrompe dalle finestre spalancate o dal proscenio della quarta parete mancante a giocare – come “alterno procurrens gurgite pontus”, come il mare che alternativamente sì avanza e si ritira sulle sinopie rivelate, sui superstiti affreschi liberati dalla prigionia degli intonachi, su encausti dalle formule misteriose, cose minime ma protagoniste di un'intimità inviolabile (“Fine di un amore”, “C'era nell'aria un cumulo di cirri”, “Ben venga maggio e il gonfalon selvaggio”, “Solarium du Orta”, “Poema paradisiaco”, “E' la stagion che foglia e fiora”, “Fantasia ligure”).
La “Weltanschauung” di Cavanna non si vanifica in tali languori, anzi si evidenzia mediante le furibonde lotte con l'Angelo; le rivolte, le tensioni, le acrimonie che vi si consumano, i relax, gli armistizi”, “la letizia che trascende ogni dolzore” che le alimentano, non appena scoperta la filigrana della sua virile logica, cadono per “luce intellettuale, piena di letizia”, per sublimazione nella economia del suo creato artistico.
Qualche san tommaso, fruitore della logica uniforme ed ambiguamente equivoca, naturalmente rifiuterà la “sua” trasfigurazione che tanta pena gli gravò sul cuore.
Ma, paleogrecamente detto, le cose belle sono ardue (kalepà ta ksla), e chi vuol comprendere comprenda, specie quelli che approvano le canonizzazioni dei Fautrier, dei Burri, dei Rauschemberg.
Indipendentemente dal poco appreso da me e dalla moltitudine che gremisce la sua interiorità, egli svolge la sua tematica nei modi dell'elegia il cui carattere peculiare è il tono nostalgico e spleenetico, lo sfinimento del sogno dilatato sino a lontani confini. Fresche immagini malgrado i languori (peraltro virili e non wertheriani), malgrado qualche travestimento poetico e qualche inevitabile alibi sentimentale.
E' proprio questa ininterrotta genuinità, questa freschezza della emozione a rendere attraenti i suoi modi pittorici.
Nelle sue opere c'è qualcosa nelle proiezioni verso l'esterno che richiama i precedenti remoti e prossimi (dal Dossi al Redon sino a Bonnard) e nel chiarismo certe sottolineature, che induce a ricordare (solo nella temperie) a un Lilloni, a un del Bon, a uno Spilimbergo a un De Rocchi, ma con una disposizione d'animo più controllata.
Nei “nudi” femminili, ancora ospiti non integrati almeno negli “interni”, non c'è la tenerezza di un Renoir, di uno Spadini, di un Peruzzi: c'è invece quel coagulo di forme tipico delle favole evangeliche di Giancarlo Benelli.
Quella immobilità, quel non rivelarsi appieno, nascono quasi da un calcolo mentale e non dalla sua segreta visione molto più incandescente. Quei nudi deuteragonisti sempre e non mai dominatori della sua fermentazione, un sentore di viole, di sottobosco con ciclamini.
Cavanna pittore ripercorre le tappe dell'ontogenesi, l'insieme dei processi di sviluppo, sia embrionali sia postembrionali, fino al raggiungimento dello stato adulto, con una umiltà che lo onora.
Per lui, come alla base del percorso dell'arte moderna, un dipinto è prima di tutto una superficie piana ricoperta di colori riuniti in un certo ordine.
Nel principio ci fu questo “verbo”, questo assioma pervenuto dalla Ecole de France “un surface plane recouverte de couleurs en un certain ordre assemblèes”, poi ci fu la conseguenziale opera di scavo, ci fu l'intervento della sua interiorità poi infine venne l'irresistibile esigenza di far nascere i suoi fantasmi ascoltando la sua voce segreta: un piacere dell'immaginazione, un desiderio di libertà espressiva che inducesse a trasferire sulla tela i moti dello spirito, i remoti sogni sepolti, con figure e cose che al di là della loro realtà acquistassero anche forza e parvenza di simbolo.
E, come in un ascolto di Mallarmè, la pittura si fece traslato per amore di proustiano “tempo perduto” e non fu più dipingere la cosa, ma l'effetto che da esso ne scaturiva cogliendo così la vita del suo sviluppo ma delibato a posteriori nella memoria.



Italo Evangelisti: "C’è un’intuizione provvidenziale nella magia dei refusi, nella partitura di crome e biscrome che aprono sonore fenditure nell’ordito della suggestiva anarchia compositiva e sanzionano l’ordine sotterraneo e più vero della pittura di Giulio Cavanna: scoprire e, se necessario, inventare le regole della sfida fra arte e senso della vita.

In quest’ottica, le sue presunte e, a volte , denunciate “diversità” servono per declinare il presente di una felicità espressiva che vive dell’irrequieto pulsare dei piu segreti mots du coeur.
Cavanna governa la barca della sua ispirazione come uno skipper da america cup: prima lasciando che il vento teso dei suoi colori squillanti e puri vibri nella vela della tela e quando le onde gonfiano in superficie un rutilante magma di forme e volumi, li ritaglia in magici cerchi di bonaccia, li imbriglia dentro i moli di una rigorosa geometria.

Qui sta il segreto fascino di queste composizioni tutte giocate sulla sintesi tenacemente perseguita tra la piena dei sentimenti e le norme severe del dipingere.
Il risultato, nelle prove più riuscite, come ad esempio nelle “figure euritmiche” o nel “chiacchierio”, ci dà un equilibrio sospeso tra luce e costruzione dello spazio per il tramite cromatico, l’accensione della superficie priva di chiaroscuro , l’icastica decantazione dei segni con una piena corrispondenza tra suggestione emozionale e ordine interno.

Potremmo parlare, come per Matisse, di “un sensualismo dinamico, disciplinato per sintesi, per condensazione delle sensazioni e sottoposto all’economia strutturale del dipinto”, oppure di quella “pura armonia che si fa spazio spirituale”, ma il fatto è che in Cavanna la solare avventura del raccontare il mondo sta tutta dentro questa crisi di fine millennio che esige uno spessore di consapevolezza altra dall’abbandono, che pure sarebbe naturale , alla deriva lirica della fantasia.

Subentra perciò una coerenza stilistica che si concentra in rigore geometrico non suggerito da una postulazione compositiva ma reclamato da una esigenza etica che si fa iconografia dell’inconscio.
E’ cosi che il dinamismo cromatico, disancorato da ogni istintualità naturalistica, alimenta questa pittura secondo emergenze sintattiche che incorniciano e scontornano; di volta in volta governate da una forza centripeta o centrifuga rispetto al nocciolo attorno a cui si organizza la modulazione razionale delle forme.
L’assiomatica nomenclatura grafica che Cavanna esibisce è, in questo senso, lo strumento privilegiato per liberarsi da ogni tentazione descrittiva come da ogni staticità rappresentativa, scatenando all’interno dei quadri la scansione dinamica delle sue pulsioni, l’esplosione dionistica del colore.

Queste geometrie sono in sostanza orfiche e non cartesiane e assolvono così ad una funzione psicoterapeutica, nel senso cioè di sanare la devianza descrittivo-romantica, che ancora riaffiora in certe visioni e citazioni ideologiche, non rimuovendola ma superandola con l’assunzione del ritmo quale generatore d’immagini.
Ne scaturisce spesso una tensione che vive una felice stagione creativa nei cavalli a dondolo ruotanti attorno ad un giallo quadrato magico baricentro di una giostra di fantasia ludica.

Candindamente bambina nell’accezione picassiana, oppure nelle scariche adrenaliniche di pinne acuminate, tesi triangoli di vele, rondini svirgolanti in spazi senz’aria.

Compassi di luna per ponti a squadra su improbabili fiumi-cascate: e ancora nelle architetture di vuote occhiaie ad arco dove il funzionalismo terremotato esplode fin quasi ad esorbitare dalla campitura prospettica esorcizzando ironicamente la citazione raffinata del De Chirico di “piazza d’Italia” che funziona proprio per il principio di attrazione degli opposti.

Del resto Cavanna sa bene come tutta una lunga stagione dell’arte europea abbia postulato l’identità fra spazio, realtà e coscienza e perciò fa la sua scelta: parte dalle cose e le risolve dissolvendole nella organizzazione geometrica che diventa cosi lo spazio del quadro.

Ecco come, fra Matisse e Turcato, viene fuori il Cavanna di questi anni densi di una pittura finalmente emancipata e sedimentata da una maturazione espressiva che si afferma come poesia delle forme, facendosi mediazione plastica del paesaggio dall’esperienza alla coscienza."

Italo Evangelisti
Roma 28 Aprile 1992



Paolo Perrone: "Avvicinarsi ai dipinti di Cavanna è stato come provvedersi d'ossigeno nuovo e intatto. Avvicinarsi alle opere di questo giovane pittore fino ad oggi timidamente isolato, è stato come ritrovare un momento di equilibrio nell'odierno spossante “luna park” delle arti. In che senso riequilibrio? Nel senso naturale e biologico del riaffiorare e riaffermarsi di quei luoghi primigeni della mente che il vaniloquio culturale contemporaneo quotidianamente inaridisce. Quali luoghi? Ebbene l'istinto e l'immaginazione. Che sono i luoghi eletti della personalità umana e che ormai soltanto i puri come Cavanna possono cercare e ritrovare ed offrirceli ancora.

Ma Cavanna non ricalca romanticamente e astoricamente le tavole del proscenio naturalistico: ben cosciente – da giovane di questo mondo di questo tempo – che riproporre in termini strettamente realistici l'ambiente contemporaneo, sconvolto quasi ovunque nel mondo, sarebbe operazione culturale retrodatata e vana. L'artista (almeno con una parte della sua produzione, perchè un'altra parte gravita in una sensibile e rapsodica ricerca astratta) è ancora nella natura; ancora la propone e la sostiene. Ma quale natura, se non quella del simbolo con implicazioni surreali e della liberalizzazione dell'onirico? La natura che Cavanna mostra in una sequenza ampia, musicale e serena di opere è la declinazione di tutte le aspirazioni dell'inconscio, è la rappresentazione formale e cromatica del sogno.

Attraverso grandi finestre una natura magica e misteriosa – priva d'identità realistica – s'affaccia, penetra, si effonde. Si coniuga ad un'altra magia, che è quella delle stanze – caleidoscopiche, vibranti, inedite – nelle cui pareti s'intagliano le vaste finestre. Si determina una corresponsione di poesia e di morfologia tra gli interni e gli esterni evocati da Cavanna. E un messaggio sortisce, vero e tattile. Non è quello dell'illusione della purezza; ma della purezza, decisamente. Ovvero della possibilità comunque e dovunque ed ancor oggi, che la purezza resista e vinca. Basta ricercarla con verità di spirito e limpidezza di tratti e di cromi, come fa Cavanna. L'artista mostra di credere ma non s'illude. Non ci propone – accennavo prima – un paesaggio stagnantemente riproduttore di una realtà ambientale naturale ormai violentata globalmente dall'era moderna, tranne insignificanti scampoli. Cavanna suggerisce all'uomo di oggi un microcosmo di sogno e di purificazione; ci conduce per i sentieri e sopra le balze dell'emblematico: convinto che solo contribuendo a migliorare l'uomo si potrà arginare lo smantellamento sistematico dei luoghi poetici della mente e della Terra.

Così egli dipinge a colori piani e mattinali, che sollecitano la riflessione: come sempre, del resto, quando alla neobarbarie (che dilaga nelle nazioni e nelle case di questo terminale di secolo) gli artisti rispondono con la gentilezza e con la sollecitazione vitale del colore. Ed infatti nella tavolozza Cavanna è gentile e vitale: dai rosa tenui e dai verdi pastello ecco il passaggio ora graduale ora tempestivo verso rossi e turchini, bruniti e verdi squillanti. È un mondo pittorico in cui circola aria incorrotta. Pertanto il maggiore ed il migliore augurio che è possibile fare a questo artista è che pur evolvendo, nel tempo, temi e forme, resti se stesso: cioè autentico."

Da un profilo critico di
Paolo Perrone (1980)



Lucio Barbera: "È stato quello di Giulio Cavanna un lento e coerente “trasmigrare” dal territorio della figurazione a quello dell'astrazione o, ed è dir meglio, dal territorio delle immagini a quello delle forme. Si tratta di un attraversamento che in sé non ha nulla di eccezionale ma che nell'artista genovese, ormai giunto nel pieno possesso della sua maturità espressiva, assume un particolare rilievo se si tien conto dei sotterranei collegamenti, fatti di presagi e di ricordi che esistono tra i due versanti.

In passato la figurazione di Cavanna, che giocava su particolari impaginature, su arditi tagli prospettici e soprattutto su un mentale dialogo tra interno ed esterno, tra spazio dell'uomo e spazio della natura; in passato, dicevo, quella figurazione pur se attenta al mondo della realtà, non aveva nulla di rappresentativo o di mimetico; anzi lo stesso colore era usato in chiave antinaturalistica quasi a sottolineare il distacco delle cose. Piuttosto allora, accanto ad uno strepitoso gusto del colore, felice e squillante, di sapore matissiano, era possibile avvertire anche una componente geometrica e, seppur per brevi sintomi, nel piacere dell'arabesco che fu tipico del grande francese. Successivamente, dopo un fare che potrebbe dirsi informale in cui l'artista da un lato allenta la tensione del colore e dall'altro rompe qualunque gabbia dell'immagine, lasciando libero il gesto sulla superficie, accade che la figurazione ormai scordata si ricordi di qualche suo precedente elemento; l'immagine si ricompone, e l'artista romano dall'informale passa alla forma. Siamo già sul terreno dell'astrazione, condita con un certo gusto decorativo, ma nell'impianto, che si avvale sempre di colori squillanti, circola ancora una certa aria di provenienza naturale. È come se l'artista trasfigurasse non più la natura, il paesaggio, i fiori od altri elementi del reale, ma di tutto, il loro sogno.

Il passaggio successivo è di estrema coerenza. Liberatosi dall'immagine e passato alla forma autonoma, l'artista ha privilegiato un altro sintomo presente nella sua esperienza pittorica: voglio dire la tentazione geometrica, la ricerca dell'ordine e della pulizia. Ed ecco che la forma da libera che era, con strizzate d'occhio, come si è detto, ad un certo piacere decorativo ed anche liberty, si irrigidisce, chiude i suoi confini e si combina quasi sotto l'aspetto del puzzle. La pittura ora esibisce null'altro che se stessa ed i colori, dosati in armonia dentro zone ben definite, dialogano tra di loro come nessuna altra voce è capace di fare. Sono questi gli ultimi convincenti lavori di Cavanna che in qualche modo si accorda anche ad un certo Turcato ma che soprattutto rappresentano un temporaneo punto di arrivo così lontano dagli inizi, ma con quelli in stretta coerenza. Si tratta di una pittura che si fonda su un equilibrato, ma non esagerato, impianto geometrico e su una grande sensibilità coloristica; due elementi che sembrerebbero contrapporsi se non contraddirsi, il controllo razionale ed un certo abbandono quasi romantico e che invece Cavanna utilizza quali poli attraverso cui far scattare il cortocircuito di una pittura estremamente semplice eppure così carica di rimandi, di una pittura felice ed orgogliosa della sua stessa natura, eppure rigorosamente tenuta sotto controllo."

Da un profilo critico di
Lucio Barbera (1990)



Bertrando Bigi: "...Una pittura confortevole, intellettualmente serena, come un dipingere non la cosa, ma l'effetto che essa produce...” “...L'arte di Cavanna non è esornativa né superficiale: il pittore conosce ormai coscientemente il valore di una linea, di un taglio, di una tonalità è perciò la sua opus (la più recente almeno), denunciando espertissime manualità raggiunge sul tessuto di un sogno, nonostante l'apparente lievità dei contenuti riesce a promuovere tempeste emotive.

Egli possiede una sensibilità raffinata ed inquieta e le sue spinte emotive provengono da una concezione lirica della vita permeata da ironia, da una specie di sottilissimo humour... risultanze di un pervicace amore evoluto a mezzo secolo do un raziocinio (lui egotista e forse anche egoista nativamente!) fanno apparire più degne di menzione onorevole le sue tempestose virtù, tenuto conto che qualche eccitato Narciso di nostra conoscenza, pur “specchiandosi al fonte il proprio viso” e morendo quindi “d'amoroso foco”, dà invece querulamente ad intendere di nutrire smodati, generosi eccessi di cuore per l'umanità. Avvicinarsi ai dipinti di Cavanna è stato come provvedersi d'ossigeno nuovo e intatto..."

Bertrando Bigi
(da un saggio monografico)
1992



Vito Apuleo: Giulio Cavanna a “Il Saggiatore”

La pittura di Giulio Cavanna rimanda al caleidoscopio. Ruotando una lente immaginaria i cristalli colorati formano puzzle festosi e disegni elementari. Il gusto dell'ornato in tal modo si somma alle strutture della geometria piana e lo sguardo segue un itinerario gioioso che vede i gialli penetrare nei rossi e questi a loro volta negli azzurri, in una sorta di ritmo in bilico tra il ricordo di Delaunay e l'esplosione cromatica cara a Matisse. Più enigmaticamente offerte a prospettive multiple ci sembrano le composizioni meno recenti. Sono finestre scenograficamente aperte alla luce del Mediterraneo in cui è l'ingenua ma schietta poetica dei simboli a prevalere.

Vito Apuleo
da Il Messaggero 25/05/1992